Metafora.it chiude: forse una Metafora 2.0

Metafora.it chiude: forse una Metafora 2.0

29 gennaio 2011, ore 13:37

Da tempo non scrivo su queste pagine, ed ho fatto passare troppo tempo di inattività per evitare di chiarire un po’ il quadro.

Metafora ha da tempo chiuso i battenti: l’inattività esteriore rappresenta la chiusura di un esperimento che ha dato molto a livello di stimolazioni e molto poco a livello di risultati empirici.
Il percorso che avevo iniziato ad ipotizzare in un redesign del concetto stesso di Metafora non sono riuscito ancora a portarlo a termine, e comunque sta conducendo a modalità assai diverse rispetto a quelle originali, che necessitano di fondi e di uno stacco dal passato. Netto e deciso.

Evoluzione si potrebbe definire, in un certo senso.
Il fatto che avessi provato a gestire tale evoluzione parallelamente ad un lavoro tradizionale non ha facilitato, creando ritardi e disguidi a vario livello, ma ha stimolato comunque la produzione e la segnalazione di materiale interessante, a cavallo di diverse discipline. Questo forse il mio limite più grande: quello di non saper comunicare al meglio un valore anche di business all’incrocio di diverse discipline.
Un lavoro sicuramente questo non completato e non facile in generale.

Ho deciso di testare alcune idee su tali confini, che se saranno accolte con favore dalla Rete, vedranno la luce in quella che posso definire Metafora 2.0. Ma che comunque oggi non ha ancora un nome ben chiaro.

Un saluto temporaneo, confido, quindi, nel percorso oggi chiuso “Da Metafora AD Network a Metafora“.
Lascio comunque la presentazione abbozzata per addetti ai lavori del percorso fatto, in vista di tempi migliori per mostrare un valore empirico assai più diretto, senza più bisogno solo di presentazioni e tante parole.

Technorati Tags: , , ,

Apogeo lancia il catalogo di ebook Parliamo di un passo importante per un editore della carta stampata come puo’ esserlo Apogeo: l’entrata ufficiale nel mondo degli ebook che hanno il formato standard EPUB con due volumi d’eccezione, di cui uno davvero nuovo ed esclusivo.
Anche e soprattutto nella forma distributiva che assume.
-> Ebook, in arrivo nuovi titoli da Apogeo

A partire da oggi ( 2 dicembre 2009 ), su Apogeonline saranno disponibili due nuovi ebook: Eretici Digitali, di Massimo Russo e Vittorio Zambardino (6,90 €) e Content, di Cory Doctorow (gratis). Due titoli significativi sul rapporto tra informazione e nuove tecnologie, due titoli per riaffermare la presenza di Apogeo nel campo dei libri digitali.

Il volume italiano che parla di eresie è interessante oltre che per i contenuti, anche nella forma con cui si presenta, superando i confini dell’idea stessa di libro. Eretici Digitali si sintetizza così:

La rete è in pericolo, il giornalismo pure. Come salvarsi con un tradimento e dieci tesi.


Il mondo dei media e quello del Web rischiano seriamente, ognuno per proprio conto, di andare a rotoli, e con loro quel poco di libertà che racchiudono. Massimo Russo e Vittorio Zambardino, giornalisti che da oltre quindici anni “si sporcano le mani” con Internet, raccolgono la sfida e in dieci eretiche tesi raccontano gli scenari che si stanno profilando e che ci aspettano negli anni a venire.
Crediamo che una cultura e un modo di raccontare il mondo siano al tramonto, ma che il giornalismo vada salvato dalla crisi dei giornali, perché la realtà esiste ancora e va raccontata.
Crediamo che, se continua a vivere la Rete come un’anomalia da ridurre al “mondo reale”, la politica ne ucciderà la libertà di espressione.
Crediamo che nel digitale ci siano i nuovi padroni dell’economia della conoscenza, non più buoni e più liberi dei padroni di prima: e crediamo che il popolo della Rete debba averne coscienza critica.
Crediamo che il populismo non si fermerà davanti a Internet. E crediamo che la salvezza possa esserci solo facendo incontrare le parallele, tradendo tutti il proprio orto di appartenenza. Scrivendo insieme il racconto digitale del mondo.
La conversazione continua su www.ereticidigitali.it.

Visto che si parla anche di ebook e di conversazione, e’ interessante la forma ibrida di distribuzione che ha preso questo volume, per portare avanti proprio il tema del racconto digitale del mondo, unendo la tradizione umanistica del giornalismo classico con quella più tecnologica data dal dover usare un nuovo contesto e nuovi strumenti:

Eretici digitali sarà acquistabile anche come ebook su Apogeonline (in formato epub, a 6,90 €). Distribuito con licenza Creative Commons (BY-NC-SA 2.5), sarà infine rilasciato progressivamente anche in formato testuale sul sito del libro.

Quindi Eretici Digitali viene lanciato sia come libro fisico, che come libro digitale in formato ebook standard, che come spunto di conversazione online, un capitolo alla volta. Oltre che come mezzo per finanziare una degna inchiesta giornalistica.
Una nuova forma distributiva quindi, intesa come un vero e proprio metodo di lavoro, esplicitamente dichiarato. Un metodo che Metafora ha apprezzato, e che ha trovato utile rilanciare, con una sua forma personale di eresia legata alla questione normativa che tocca la Rete. Risulterà più chiaro dopo aver visto il volume e letto le dieci tesi, intanto proviamo a chiarire lo stesso il concetto.
L’obiettivo è quello dare la possibilità di svincolarsi almeno un pò da quei potenti intermediari che appaiono nelle dieci tesi, per cambiare un po’ di equilibri e facilitare la consapevolezza eretica per il popolo della Rete.

L’idea: divulgare ancor più chiaramente lo stato delle cose sulle norme relative alla Rete in Italia

Questi nuovi intermediari ( Google, Yahoo, Facebook e altri ) lavorano in un contesto che non è mai stato tanto attaccato come nel corso di quest’anno, almeno in Italia: Apogeo aveva iniziato un lavoro di sintesi, definito come i Fili Rossi sulle leggi italiane legate alla Rete.
Lo abbiamo preso, e lo abbiamo potenziato attraverso una pagina di prova in beta, facilitando l’accesso ai dati che contiene, solitamente intrappolati in una pagina senza ulteriori possibilità di integrazione e di interazione. Come si fa per vedere chi propone un disegno di legge, quando lo propone, i processi di sviluppo dei decreti, le persone coinvolte? Occorrerebbe scorrere il testo, e individuare gli elementi di cui stiamo parlando.
E magari non farlo solo con i grandi strumenti che ci mette a disposizione Google ( potere agli intermediari ), e senza dover ricopiare o formattare meglio quelle informazioni che in quella pagina sono del semplice testo. Ma si potrebbe farlo con le tecniche standard delle evoluzioni tecnologiche di chi sta dirigendo e difendendo la neutralità della Rete stessa e il suo sviluppo. Per poter poi magari navigare, come facciamo già nelle pagine, anche nei dati che esse contengono:
-> Informazioni sul Ddl C.2525 “Cassinelli-diritto d’autore”, navigabili e comprensili anche ai robot automatici e non solo alle persone

Questo è possibile grazie alla rielaborazione del Filo Rosso, mostrata anche nel video poco sopra:
-> Versione semantica del Filo Rosso di Apogeonline, realizzata da Metafora

Quello che dovrebbe trasparire è questo: i dati di cui parla la pagina rielaborata sulle leggi relative alla Rete ( solo le prime due per vedere l’effetto per ora, ma l’intenzione è proseguire il lavoro iniziato con i feedback di tutti ), sono liberati dal loro contenitore e pronti per essere usati e mostrati da n attori diversi. Motori di ricerca, applicazioni e programmi che ne cambino la forma e la rappresentazione. Questo crea nuova creatività e maggiore libertà su quello che si mette in Rete, e crea nuove possibilità per comprendere i dati ed i fatti del nostro tempo. Possiamo quindi, ereticamente parlando, tornare ad avere potere su quei dati e dipendere meno dagli intermediari. Quei dati sono diventati più in grado di interagire con le macchine, e quindi di far fare del lavoro automatico al posto nostro. Quali disegni di legge ha proposto l’onorevole …? POtrebbe essere assai più semplice del previsto.

Nel parlare di ebook, e di nuove contaminazioni tra libri e modelli di libri, ci è sembrato utile portare un’azione pratica a supporto del messaggio insito in Eretici digitali: quello di andare oltre e di aumentare la consapevolezza collettiva su questi temi, facilitandone la navigazione e la trasparenza.

Questa nostra azione vuole essere un contributo al racconto, e al riappropriarsi dei nostri dati, e dei nostri diritti, in un mondo che vuole mantenere regole vecchie e dannose per il nostro futuro.
Se vorrete completeremo il lavoro iniziato, inserendo tutte le leggi di quella pagina, e mostrando come in tal modo si possano vedere, tra le altre cose, le relazioni tra persone ed i disegni di legge a colpo d’occhio, e si possa estrapolare quello che si desidera, per il fine ultimo di fornire maggiore trasparenza e libertà per tutti.Proprio come fanno Obama ed il governo britannico nei loro Paesi, incentivando le medesime tecnologie. Noi italiani, manco a dirlo, siamo indietro non tecnologicamente, ma nel comprendere il valore di certe cose. Tutto quello che invita ed aiuta a discuterne, è fondamentale, a questo punto.
Per parafrasare una delle tesi eretiche sul tema, qui si parla di dati e non più solo di pagine, e di dati che identificano persone. Se è possibile averne il controllo dipendendo meno da certi intermediari, occorre saperlo e diffondere questa consapevolezza.

Ci si puo’ riappropriare di tutto questo, ma dipende da noi. Dalla conoscenza condivisa e dalla consapevolezza dei limiti e delle potenzialità delle infrastrutture che usiamo e che incentiviamo. Che, per dirla allo stesso modo degli eretici, non sono assolutamente neutrali.
Quanti vogliono fare gli eretici? Ne parliamo?

Per una nuova trasparenza

Note tecnica necessarie: le tecnologie usate sono quelle legate al Semantic Web, ed in particolare ad un suo approccio morbido per strutturare le informazioni, detto RDFa, recentemente adottato anche da Google e da Yahoo. E’ una tecnologia rischiosa per loro in effetti, perchè è capace di rompere vecchi equilibri, e di crearne di nuovi. Ci sembra in tema proprio al passaggio verso il digitale di un editore come Apogeo, che sapientemente inizia a sperimentare forme di libro ben più ampie dei libri tradizionali, dato il contesto assai diverso in cui si puo’ operare. La provocazione è anche questa: se i libri si trasformano e diventano pagine digitali, anche i dati sparsi nelle pagine Web stanno evolvendo,e quindi immaginare come si possano poi incontrare non è così sbagliato.
Tecnologie che stanno creando nuovi scenari.
Infatti sono le medesime tecnologie che possono abilitare quella trasparenza e quei metadati di cui parlava David Weinberger qualche settimana fa, allo IAB Forum e alla VeniceSessions di ottobre.
Per chiudere citando Luca De Biase, una nuova trasparenza forse, è la risposta per voltare pagina.

Spunti tecnici
-> A che punto sono le “leggi” di internet? – versione metaforica ( sfrutta tecnologie del Web del futuro )
-> I fili rossi di Apogeonline in versione semantica, grazie a RDFa – prima parte
-> IWA, la Casa Bianca, Barack Obama e RDFa
-> A very interesting foundation for VRM? ( si accenna ad RDFa ) – 3 dicembre 2009

Leggi e Internet, perchè parlarne: spunti

-> A che punto son le leggi di Internet
-> Eran 100, eran giovani e forti
-> Wi-Fi: anche Pisanu è contro il decreto Pisanu

Technorati Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Nel caos italico di questi tempi ( sia dal lato investimenti, sia dal lato legislativo, che dal lato sviluppo ) non è facile portare avanti certi progetti e certe dinamiche della cultura digitale nel mondo tradizionale: noi di Metafora crediamo che, con un passo alla volta, si possa dare un contributo alla discussione ed alla promozione di una cultura post-moderna che vada oltre, e che possa trarre vantaggio da quello che è oggi il Web come fattore che aiuti la società a crescere. Che usi il Web come luogo da presidiare e dove costruire valore nel tempo, in una forma sana, creando nuovi equilibri che vadano a modificare lo status quo del contesto generale, migliorandolo. Il Web ed il mondo online quindi, non più visti come mondi separati, ma come un unico mondo, che contribuisca sempre più a migliorare il mondo offline, rendendolo un tutt’uno. Qualcuno chiama queste forme di discussione e di crescita anche eresie, e forse non ha tutti i torti.

Riprendendo il percorso di rifondazione che stiamo condividendo online a partire dall’aspetto di riposizionamento e degli attori in gioco, passiamo ora a vedere ed a focalizzare meglio il contesto attorno a questo riposizionamento.
In pratica uno sguardo più ampio al Mercato e a quello che accade in Rete.

Ci sono almeno due cose che emergono:

  • Non è solo un problema di strumenti, ma prima ancora di consapevolezza del contesto: oltre al banner cosa c’è, una domanda che si sente da tempo, no? Sembra che per vedere oltre si stia ancora a guardare il dito piuttosto che l’orizzonte, forse. Non è tanto lo strumento in sè il problema, quanto il processo comunicativo ed aziendale assai più ampio, come era emerso un anno fa durante l’ADVCamp a Riva del Garda, dove si diceva che è la comunicazione che va pensata nel suo senso totale e non dividendo la dimensione dell’online da quella offline. Questo implica una visione del Web sia come media che come strumento. Implica contaminazione e sinergia quindi di discipline. Implica un disegno strategico che fino a qualche tempo fa non era nemmeno maturo per essere pensato.
  • C’è anche un problema di come rendicontare questo contesto. Cosa conta davvero? E’ importante fare numeri, o forse conta anche qualcos’altro? Se si torna solo a vedere i numeri, si torna inevitabilmente a pensare in termini di mass media e la cosa non va bene. E allora cosa si fa? Qual’è uno dei valori possibili da usare come potenziale metrica? Cosa si rischia se si trasforma il Web nell’ennesimo media di massa? Come si calcola tutto questo? C’è un ROI? Siamo masse o individui? Qualcuno se lo sta chiedendo, e non ci sono risposte tanto scontate. Numeri e trovabilità in confronto diretto insomma. Che possono produrre pero’, al di là delle metriche, un effetto nuovo. Qualcuno lo chiama trasparenza. Una base nuova per rifondare quel senso di fiducia che abbiamo perso, forse. Una nuova metrica, che va compresa ed abilitata, magari.

Cosa puo’ nascere da questa contaminazione

Parliamo quindi di contesto liquido, a cui non è semplice dare un nome: ma un nome serve darlo, e qualcuno nel mondo della Rete ne ha dato uno in effetti, che calza a pennello: Data Web Marketing.
Questa è la presentazione portata a SMAU 2009 per provocare sul tema ( grazie ad IWA Italy ):

Matteo Brunati durante il talk Data Web Marketing - Concessione di Mentis srl

Trasparenza, poteri e nuovi flussi e fiducia: elementi che, al di là dei tecnicismi presenti, sono assolutamente in vicinanza con il futuro dei media di cui ha parlato David Weinberger ( coautore del Cluetrain Manifesto ) sia alla Venice Sessions di metà ottobre, che allo IAB Forum 2009 della scorsa settimana, proprio dal titolo “Trasparency and Trust”:

Si parla anche di metadata, che sono il mezzo attraverso cui si migliora la trovabilità e la trasparenza, in effetti: ( nota tecnica: sono l’effetto dell’adozione delle tecnologie legate al Semantic Web ) ne parla in merito anche Luca De Biase:

Il contenuto non è il media. Internet non è un medium. O meglio è “anche” un medium, è come un medium, ma è un posto; è un mondo, è parte del mondo, non è separato dalla nostra vita.. il web è il mondo..

Il web è il mondo, ed è fatto di hyperlink; è content, è il medium che ti porta da un contenuto all’altro, qualcosa di nuovo. Il web è un mondo di idee e di raccomandazioni di idee proposte dalle persone; è un mondo di differenze

La tecnica dell’autorità tradizionale è costruita sulla tecnologia dei libri, ma il libro è un medium non connesso… I link cambiano la struttura dalla quale emerge l’autorità. Come impariamo a trovare quello che cerchiamo e a ritenere autorevole quello che troviamo?

La quantità di informazione è enormemente cresciuta; la gestiamo con altra informazione (sull’informazione): metadata. E con la search ogni pezzetto di contenuto diventa anche un modo per trovare qualcosa: metadata e data diventano la stessa cosa. Tutto questo è troppa informazione? abbiamo trovato il modo di trovare i contenuti con l’aiuto delle altre persone. Ma non basterà. Abbandoniamo la gerarchia dell’autorità che offre la risposta perfetta: basta una risposta abbastanza buona.

Sul web una risposta abbastanza buona è spesso abbastanza buona.. non distrugge la credibilità (come avverrebbe sui vecchi media).

Sul web la trasparenza sta rispondendo alla stessa esigenza che era soddisfatta dall’idea di obiettività nei vecchi media.

Un anno fa Metafora connotava con i termini memoria, esperienza e storia passata, questo concetto assai più ampio di trasparenza, forse comunicando troppo da vicino un’idea senza contestualizzarla per bene.
Relazione oltre al banner

L’evoluzione stessa delle tecnologie alla base del Web porta agli effetti di cui parla Weinberger. E la somma è assai maggiore della mera somma delle parti. Sia nel valore del concetto di link che nel valore del concetto della trasparenza. Due elementi che vengono sempre più abilitati dal Web medesimo, e che vanno di pari passo, assieme all’idea dei costi di transazione legati ad essi. Quanto costa fare un link? E quanto costava farne uno nel mondo offline? La chiave forse risiede nei metadati, ma come si possono fare?

Il Social Semantic Banner con RDFa mostrato in rosso

Ma se potrebbero esserci gli strumenti e le tecnologie per rendere la trasparenza una nuova metrica, se ormai da ogni parte si sente che i mercati sono conversazioni, ( metterlo poi in pratica è un altro discorso ), è utile ricordare una cosa, sempre da Weinberger ( via Mauro Lupi mentre racconta le giornate allo IAB Forum 2009 ):

Nel suo intervento, David ha semplicemente fotografato con lucida sintesi tanti dei discorsi che ci ritroviamo a fare su come le aziende debbano adattare struttura e marketing nell’era del Web 2.0. Ebbene, nelle due tavole qui sotto, riprendendo il classico “Market are Conversations” da Cluetrain Manifesto di cui fu coautore insieme a Doc Searls (nella foto), evidenzia non solo che “Not [all] Concersations are Markets” ma soprattutto che “Markets are also networks”. Evidenziando ciò, ha poi sottolineato come le aziende (rappresentate nel secondo grafico con il building in alto a sinistra), sono disallineate con i mercati sia per quanto riguarda la loro struttura (che tipicamente è piramidale e gerarchica), sia per ciò che concerne i propri interessi (che invece dovrebbero combaciare col network per potervi partecipare adeguatamente).

Per enfatizzare questa evoluzione e questo scontro, che certe eresie di nuovo fanno emergere nel campo del giornalismo, cito un intervento fatto da Gaspar al VeneziaCamp assieme a Marco Massarotto, che va a chiudere il cerchio del “Non [tutte] le conversazioni sono anche Mercati“: “Aziende sì, Aziende, no, Aziende gnamme”:

Implicazioni: questo contesto crea una ricollocazione degli attori classici, delle agenzie di comunicazione e dell’idea stessa di advertising?

Trasparenza ed un nuovo modo di misurare l’autorevolezza cosa cambiano in un mondo come quello della pubblicità, tanto abituato a pratiche al limite della sopportazione umana, dove si pensa sia tutto lecito? Forse una risposta iniziale viene da qualche attore tradizionale di quello stesso mondo.
Occorre invertire il punto di vista. Come sui flussi dei dati nella presentazione sul Data Web Marketing, anche sullo scambio di poteri e sull’idea stessa di pubblicità, Invertire diventa la parola chiave. Poche certezze in merito, e molte domande aperte, ma questo è il primo passo da fare per dare loro una risposta.

Technorati Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

AGIRE: il contributo di Metafora agli appelli

30 settembre 2009, ore 8:07

AGIRE per l'Africa Come consuetudine, Metafora lascia uno spazio per le campagne etiche che ritiene di dover appoggiare, e lo fa anche in questa fase di transizione della propria realtà.
Quando si devono donare dei soldi, è importante capire con chi si ha a che fare, e quali sono gli scopi dell’iniziativa. Iniziamo a vedere chi è il nostro interlocutore, e vediamo un po’ chi è AGIRE – Agenzia Italiana per la Risposta alle Emergenze.

Chi è AGIRE


Partendo dalla pagina di Wikipedia su AGIRE, emerge che:

AGIRE – Agenzia Italiana per la Risposta alle Emergenze è un’organizzazione, nata nel maggio 2007, che raggruppa alcune organizzazioni non governative già presenti in Italia.
Fanno attualmente parte di Agire le seguenti organizzazioni:

Il principale obiettivo di Agire è la raccolta dei fondi necessari a portare soccorso alle popolazioni colpite da emergenze internazionali.

Il modello di azione di Agire rispecchia il funzionamento dei “comitati emergenze” operanti in altri paesi europei (Belgio, Germania, Regno Unito, Olanda, etc): allo scoppio di una crisi internazionale, Agire lancia un appello nazionale per la raccolta di fondi; una rete di partner – network televisivi, quotidiani nazionali, gruppi bancari, compagnie telefoniche, enti locali – aiuta a informare l’opinione pubblica ed a moltiplicare i canali per la raccolta dei fondi. Le risorse raccolte vengono utilizzate dalle organizzazioni non governative già presenti nell’area della crisi o con maggiori capacità di intervento. Le organizzazioni aderenti si attivano per avviare interventi di emergenza e soccorso alle popolazioni civili.

Il “Comitato Etico” ha lo scopo di farsi garante della trasparenza della raccolta e dell’utilizzo dei fondi. Al termine della realizzazione dei programmi, una valutazione indipendente verifica il reale impatto sulle popolazioni beneficiarie. I risultati sono pubblicati sul sito web e diffusi attraverso i mezzi di comunicazione.

Dal sito ufficiale invece emerge questa sezione per capire chi è AGIRE:
-> Chi è AGIRE

L’Agenzia Italiana per la Risposta alle Emergenze (AGIRE) raggruppa alcune tra le più importanti ed autorevoli organizzazioni non governative presenti in Italia. Insieme hanno scelto di unire le forze per rispondere in modo tempestivo alle gravi emergenze umanitarie.

AGIRE raccoglie l’eredità e l’esperienze di due comitati: ITALIA AIUTA e l’Agenzia Italiana per la Risposta alle Emergenze che – già attivi separatamente per le emergenze in Perù, Somalia, Bangladesh e Birmania – hanno deciso di unire le proprie forze e in un unico soggetto capace di rispondere in maniera più efficace e trasparente alle gravi crisi che ciclicamente colpiscono il pianeta.

La parte che più attira comunque è la volontà espressa di :La forza di AGIRE risiede nella sua capacità di unire le diverse voci. Creare un “sistema-paese” per la risposta alle emergenze umanitarie significa favorire la rapida ed efficace mobilitazione di tutti i settori della società italiana in una gara di solidarietà non competitiva.

Perchè AGIRE oggi: l’appello per l’Africa

Visto che AGIRE si mobilita per appelli in grande stile in brevi periodi di tempo, adesso è importante focalizzarsi su quello attuale: quello per l’Africa.
-> AGIRE per l’Africa

Per ascoltare le voci di un continente troppo spesso dimenticato e sostenere 11 progetti in 3 paesi africani da sempre in guerra (Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudan) .

Dal 19 settembre al 4 ottobre, una maratona radio-televisiva realizzata da AGIRE – Agenzia Italiana per la Risposta alle Emergenze in collaborazione con RAI e Ministero Affari Esteri.

Un approfondimento sulla storia di questo appello racconta che il contesto non è assolutamente semplice da delineare: e fa capire quanto non sia una situazione standard. Infatti gli appelli di AGIRE non sono fatti per ogni situazione di disagio umanitario, ma solo per i casi estremi, come è giustamente spiegato in una sezione apposita del sito:
-> Appelli di AGIRE: attivazione e requisiti

Cosa si finanzia

Uno degli elementi maggiormente da chiarire in casi come questo è dove verranno usati i soldi raccolti: in questa pagina sono presenti i progetti in fase di finanziamento, attraverso una gradevole interfaccia che usa Google Maps:
-> AGIRE – Interventi in RDC, Sudan, Somalia

E’ importante aumentare la visibilità di questo appello, soprattutto negli ultimi giorni, e facilitare il passaparola ove possibile: infatti AGIRE è ben presente in Rete e nei Social Network, tra gli altri:

Come inciso, appoggiare AGIRE ci è sembrato naturale, visto che diverse realtà ONLUS che abbiamo supportato nel tempo ne fanno parte. Vedremo come Metafora di capire nel futuro come aiutare in forme nuove e maggiormente interattive, realtà di questi tipo: intanto vediamo di aiutare la diffusione di questo appello, anche con il supporto della blogosfera:
-> Dare una mano – i blogger

Informazioni aggiornate in forma automatica dalla Rete su AGIRE


Technorati Tags: , , , , , , , , , ,

Si va oltre l’architettura che consente alle aziende di gestire la relazione con i clienti. Si passa al Vrm. Vendor relationship management. Sono i clienti che gestiscono le aziende.

Sono parole tratte da un post di Luca De Biase, che poi viene ripreso qualche giorno dopo, con questa sintesi:

VRM, potere ai consumatori

Mi pare giusto partire da questa citazione, per parlare del nuovo percorso di crescita di Metafora, evidenziato anche dal link posto in alto in tutte le pagine del sito. Metafora ha iniziato infatti un passaggio importante, sintetizzabile in questo motto: “da Metafora AD Network a Metafora“. Questo primo post rientra nella volontà di condividere ed enfatizzare alcuni passaggi chiave di questo percorso, che terminerà con la pubblicazione del nuovo sito di Metafora, in versione beta. E’ un post lungo, ma importante nel passaggio che vuole evidenziare.

La domanda che ci siamo posti, è stata quindi: da dove partire a rifondare Metafora? Forse da questa lamentela, alla quale non abbiamo mai trovato davvero una risposta:

la metafora è ancora poco chiara. Da [m]m scrivevo: “Probabilmente (Metafora) non ha ancora trovato la fisionomia giusta, perché l’impegno e la filosofia che ci sta dietro non emergono nella “punta dell’iceberg” che è il banner.”

Consapevoli di diversi punti di vista simili, e delle difficoltà incontrate nel tempo a spiegare Metafora anche alle aziende con cui siamo entrati in contatto, ci siamo resi conto che occorre partire dal chiarire maggiormente le parti in gioco, una volta per tutte.

In effetti e’ una questione di potere, e del passaggio da un mercato di massa ad una massa di mercati. E’ da qui che si capisce il valore della massima di De Biase potere ai consumatori. E nel medesimo istante è anche una questione di struttura e di crisi dei modelli interni delle aziende, che cercano di evitare in tutti i modi la presa di coscienza di questa nuova situazione. Cito Gianluca Diegoli ed i commenti alla sua sintesi pubblicata due giorni fa su Apogeonline, dal titolo eloquente “Il sistema, la pubblicità in crisi e i social media” :

Si è rotto un equilibrio, e quello nuovo tarda ad arrivare. Nel frattempo, però, sta cambiando l’intero paradigma dei rapporti tra chi produce e chi consuma.
[...]
I social media continueranno a essere ignorati dal sistema, ma i social media non ignoreranno il sistema. I consumatori avanzati (pochi, all’inizio, soprattutto per la mentalità a sei/nove zeri delle multinazionali) si organizzeranno in sordina e indisturbati, in modo indipendente per valutare i prodotti di massa, ma sulla base della loro sensibilità e delle loro comunità di nicchia (per esempio, compatibilità ambientale, filiera di produzione, sostenibilità, composizione degli ingredienti, tutte tematiche su cui molte multinazionali non hanno nessun interesse a far emergere l’opinione sincera dei social media. E qualcuna addirittura non ha ancora capito che a nessuno interessa (e crede) più che X lavi più bianco o che Y sia più concentrato o Z con più pezzi di frutta).

Metafora è proprio un gruppo di consumatori avanzati, legati da un’affinità e da un’etica comuni, che fino ad oggi si è presentata come un AD Network, cioè come un Advertising Network. E’ normale che l’approccio dell’azienda che si relaziona con noi sia quello di contrattare il prezzo, e di capire il ROI ed i numeri della pura visibilità che questo Network porterà. Ci si aspetta di applicare quegli stessi modelli presi dagli altri media, con il vantaggio di pensare di poter contare assai meglio i rendimenti. E Gianluca ha messo giustamente in guardia verso i pericoli di vedere i social media come un modo meno dispendioso di arrivare alla massa.
Infatti, parlando della nostra esperienza, quando emergono i valori della comunità della nicchia metaforica nel primo contatto con l’azienda, succede il caos. E’ una cosa a cui non si è preparati, perchè le regole del gioco sono cambiate. Non ci si aspetta certo di sentirsi dire “questo spazio te lo devi meritare” o di dover perdere tempo nella stesura dell’endorsement e della referenza, e soprattutto non ci si aspetta di non avere il controllo finale del testo che verrà pubblicato. Non tanto per una questione di strumenti. Siano banner, widget, o semplici post di un blog sarebbe uguale, tutto sommato. Quanto di potere tra le parti, e di chi detta le regole. C’è una discrepanza, che non è tecnologica.

E allora nel post di Gianluca emerge un commento, dopo la chiusura dell’articolo, che riporto integralmente data la sua rilevanza:

Gianluca: Quello che è certo è che il social media marketing/advertising/PR non sarà una stampella per il vecchio sistema pubblicitario-massmarket. Tutto il resto rimane molto confuso e non prevedibile.

Sara Magliola : Credo che Gianluca faccia ben intravedere un problema enorme, sulla bocca di tutti ma difficilmente attualizzato: l’ascolto. “I consumatori avanzati (…) si organizzeranno in sordina e indisturbati, in modo indipendente per valutare i prodotti di massa, ma sulla base della loro sensibilità e delle loro comunità di nicchia (per esempio, compatibilità ambientale, filiera di produzione, sostenibilità, composizione degli ingredienti, tutte tematiche su cui molte multinazionali non hanno nessun interesse a far emergere l’opinione sincera dei social media.”
Forse bisognerebbe ricordarsi che nel marketing l’advertising è solo una delle variabili, ne esisterebbe un’altra che si chiama prodotto e se invece di fare ricerche sul colore che i consumatori, ad esempio, vorrebbero sulla scatola di grissini, si ascoltassero i consumatori per capire cosa davvero vogliono, arriveremmo forse a grissini prodotti con filiera corta, grano bio e pakaging ecologico che probabilmente riuscirebbero anche ad alimentare una conversazione sui Social Media. Il problema non è solo di complessità, ma di organizzazione interna: se anche si ha un sistema di monitoraggio eccezionale che fa emergere chiaramente una opportunità, significa scardinare equilibri di potere, dinamiche interne, ecc per cui di fatto le innivazioni sono difficilissime.
Credo che il cortocircuito non stia perciò solo nell’advertising che diventa più complesso, ma nella incapacità di cambiemento all’interno delle corporate e, a volte purtroppo, anche dei consulenti di comunicazione. Insomma, forse in crisi non è solo il sistema pubblicità ma il sistema organizzativo delle aziende.

Ecco che riappare ancora la questione del potere: questa incapacità ha ragione d’essere, e forse nasce dalla mancanza di consapevolezza di un dialogo diverso, di un modello leggermente diverso di rapporto commerciale, a cui siamo abituati. La risposta potrebbe essere contenuta in un post fondamentale di Doc Searl, uno degli ideatori del Cluetrain Manifesto, ed oggi promotore del VRM: per ora non è importante sapere cosa sia il VRM, ma è importante considerare una cosa: il Cluetrain Manifesto è uscito nel 1999, e solo negli ultimi due anni sta diventando un fenomeno di massa, in un certo senso.

Dalle conversazioni alle relazioni

Questo post di Doc Searl cerca di dare un significato al VRM all’interno dei processi di dialogo tra le parti nell’economia tradizionale, evidenziando la nascita di una parte del tutto nuova, quella che identifica con il numero quattro.
-> VRM and the Four Party System

I think we can get some clarity about VRM — and growth of customer power in the marketplace — by re-positioning what we’ve been calling “parties.”

Among numbered parties the best-known one today is the third party. Wikipedia currently defines a third party this way (at least for the computer industry):

  • Third-party developer, hardware or software developer not directly tied to the primary product that a consumer is using
  • Third-party software component, reusable software component developed to be either freely distributed or sold by an entity other than the original vendor of the development platform

In general, a third party works on the vendor’s side of the marketplace. However, the vendor is not generally called the “first party” (except in the game business, as Wikipedia says here). In fact, the most common use of the term “first party” in business is with insurance, where the term refers to the insured. (The insurer is the second party.)

So I see this as an opportunity. Let’s give numbers to parties involved in customer relationships, starting with the customer. In the process we can unpack some distinctions between categories of work within the VRM development community.

  • The first party is the customer
  • The second party is the vendor
  • The third party is vendor-driven, and on the vendor’s side
  • The fourth party is customer-driven, and on the customer’s side

Together, they look like this:
Parties in a transaction

There are lots of ways one can look at this.
For example, on the left half is VRM, on the right half is CRM.

VRM is about enabling the first party. It is also about building fourth-party user-driven (and within that, customer-driven) services, which make use of first-party enablement.

Quindi, se la persona che di solito si chiama consumatore è la prima parte, e la seconda parte è l’azienda con cui ci si relaziona normalmente, le terze parti sono quegli intermediari che tanto conosciamo e che, per conto delle seconde parti ( le aziende ), si relazionano poi con noi. Per gli ovvi costi organizzativi e di strumenti tutto questo è sempre rimasto in mano alle aziende. L’individuo rimane un numero, inevitabilmente. Solo l’azienda puo’ mantenere quei costi di esercizio per gestire le filiere di supporto al business. Ed avere più voce in capitolo, e maggior peso, nella relazione commerciale.

Ma questo assunto, per quanto sia stato vero, è cambiato.

E’ cambiato perchè con la Rete e la sua diffusione sociale, è stato abilitato un nuovo canale, a basso costo sotto tutti i punti di vista, e sempre più diffuso, che pone l’individuo ieri consumatore, oggi persona, con un potere mai visto prima in mano, che deve imparare ad usare, e che deve essere gestito da strumenti nuovi, fatti su misura. Sia per il singolo, che per quelle realtà che nascono per gestire gruppi di individui, sul lato dell’individuo, e non più dell’azienda.
Il consumatore ha accesso a servizi ed a mezzi a costi irrisori che mettono in crisi il modello di relazione tradizionale, che vede al massimo tre parti che interagiscono tra loro.

Quando cambiamo il modo con cui comunichiamo, cambiamo la società”. Semplice assunto per descrivere la portata dei cambiamenti in atto nelle relazioni tra gli individui. Questo è ciò che approfondisce il libro di Shirky, descrivendo gli aspetti sociali dei nuovi modi di “fare gruppo” e la potenza dei nuovi modelli aggregativi; non a caso il sottotitolo è “Il potere di organizzare senza organizzazione

Citando una recensione dal blog di Mauro Lupi, che esprime con parole ulteriori quello che anche De Biase dice, potere ai consumatori. Inoltre viene posta l’attenzione alla medesima posizione temporale espressa poco sopra, sul tasso di diffusione di certe idee e di certi messaggi:

D’altronde, per vedere compiute alcuni degli statement del Cluetrain Manifesto abbiamo atteso quasi dieci anni e, che ci piaccia o no, penso sia lecito aspettarsi un periodo simile anche per l’effettivo sviluppo del VRM.

Forse a piccoli passi, ci si puo’ arrivare anche prima, almeno negli atteggiamenti. E nella reinterpretazione degli strumenti. Perfino Doc Searl parla di riposizionamento delle parti, concetto sul quale abbiamo riflettuto parecchio nel capire perchè Metafora fosse così complessa da posizionare. Cosa vogliamo fare davvero?
Pretendiamo di essere ascoltati, e di poter parlare con le aziende come intermediario del quarto tipo.
E di fare e pensare servizi in quest’ottica, partendo proprio dall’atteggiamento di intermediario che parla per una tribù di persone che vuole essere ascoltata: ecco come andare oltre al banner. Partendo dal riconoscimento della nuova dialettica, che legittima qualunque attore che fornisca strumenti agli individui, e ai gruppi di individui come Metafora. E’ un intero nuovo settore che nasce, e vecchi strumenti che possono essere compresi nel loro reale valore grazie a questa maggiore consapevolezza.

Fourth parties will provide many services for first parties. In fact, VRM should grow large new fourth party businesses, and give new work to large old businesses in the same categories. (Banks, brokers and insurance companies come to mind.) Native enablements, however, need to live with first parties alone, even if fourth parties provide hosting services for those enablements.

Fourth parties also need to be substitutable. They need service portability, just as the customer needs data portability between fourth (and other) party services. That way whatever they can provide can be swapped out by the user, if need be

Il vero valore di Metafora, infatti, è il carattere di voler essere quell’ agenzia del quarto tipo: un intermediario che difende i diritti dei singoli aderenti, i quali hanno il controllo su quello che vogliono dire e vogliono fare, e a chi vogliono dare spazio, sia nei confronti delle aziende, che nei confronti delle classiche parti del terzo tipo, le agenzie di comunicazione nel caso della pubblicità e PR e via discorrendo. Questo è il nostro riposizionamento, e da qui si riparte.

Ad un prossimo post le riflessioni sul come poter portare avanti, per la Rete e per le parti in gioco, questo nuovo modello di relazione. Ed il nuovo forse non rientra tanto negli strumenti quanto soprattutto nella consapevolezza del cambiamento dei rapporti di forza. Per questo si necessita forse di manifesti, tesi, e consigli sul rendere palese che la Community in senso lato ha sempre maggiore importanza. E forse è anche per questo, che le aziende hanno per certi versi rinominato il VRM in Social CRM: è meno destabilizzante dal punto di vista interno, ma è un segnale che stanno interpretando la Community e la sua nuova forza.

Per approfondire il mondo attorno al VRM – Vendor Relationship Management:

Sul VRM era stato iniziato un lavoro di primo contatto in Italia, che adesso vorremmo riprendere vista la maggiore maturità del contesto italiano. In particolare:

Ovviamente invitiamo a partecipare, e a dire la propria su questo nuovo approccio, che noi stiamo solo sfiorando per ora. Ne avevamo già parlato, accennando solo la cosa, diverse volte:

Technorati Tags: , , , , , , , , , , , , , , , ,

Dopo un po’ di pausa ecco un nuovo aderente nel Network metaforico, e di un certo peso anche: stiamo parlando di Zerorelativo.it, la community italiana del baratto online.

Zero Relativo entra in Metafora

Ma chi è esattamente Zerorelativo?
Zerorelativo la prima community italiana di baratto online, ha partecipato con il suo progetto a fiere della sostenibilità e del consumo critico e vuole diffondere nuovi modelli di consumo orientati al benessere sociale e ambientale. Con il tuo supporto puoi partecipare attivamente alla vita dell’associazione e decidere, con la community, le azioni da intraprendere per promuovere le economie alternative che come il baratto, il prestito e il dono, mettono al centro le persone. La forza di un’associazione è nell’impegno attivo dei suoi membri, il tuo è fondamentale.”
Questa la descrizione della community dalle parole di Paolo Severi, il suo ideatore.
Zerorelativo e Paolo Severi alla fiera Fa la cosa giusta
Paolo poi continua così: “Zerorelativo è la prima community italiana di baratto e prestito gratuito, online dal 12 dicembre 2006. Qui puoi metterti in contatto con le/gli utenti che vogliono barattare, prestare e donare i loro oggetti.
ZR è una community gratuita e non fa guadagnare nulla ai barter ( chi scambia ndr ) se non l’oggetto di scambio. Se hai un oggetto che non utilizzi più, inseriscilo nella pagina degli annunci gratuiti e baratta, dona o presta. Non si accettano inserzioni con prezzi di vendita, solo baratto, dono o prestito gratuito.”

Per entrare maggiormente nel contesto di questa realtà, rilanciamo quest’intervista di Yeslife:
-> Enjoyable > ZeroRelativo: barattare on.line

La bellezza del baratto sta nel fatto che il valore dei beni oggetto dello scambio viene considerato sostanzialmente equivalente fra le parti, senza ricorrere esplicitamente ad un’unità di misura di valore monetario dei beni stessi. Questo significa che il valore non è più strettamente economico, ma emotivo. Ciò che non ritengo più utile a me può essere utile ad altri i quali investono di valore emotivo l’oggetto che offro, prima ancora che di un ipotesi di valore economico.

E’ la stessa enciclopedia Wikipedia che ci dice che il baratto:”spesso si richiama a fattuali ragioni di mutuo fabbisogno“. Questo significa investire di valore l’oggetto o i servizi, un valore non prettamente economico e di arricchimento dato dal possesso.

Anche il network Blogosfere con il blog Petrolio ha citato tale community, defininendola l’ Ebay del baratto: un paragone che riteniamo essere plausibile. Un caloroso benvenuto quindi a questa community tanto interessante ed incline alla visione che sottende la realtà di Metafora: ed adesso il Network metaforico giunge a 31 aderenti.

Technorati Tags: , , , , , , , , , , ,

Alcuni indizi sul fatto che stiamo vivendo tempi in cui cogliere il cambiamento è fondamentale:

  • Antonio Tombolini, aderente al Network metaforico dai primi tempi, è parecchio che cita questo fatto e che porta avanti tale assunto: il rapporto costo / risultati ottenuti dagli investimenti pubblicitari tradizionali dice che il gioco non vale più la candela, e da parecchio tempo. Occorre smetterla e passare ad altro. Già dirlo è un primo passo. Cercare una risposta è il secondo. Porsi le domande giuste mentre si cercano le risposte, è il terzo.
  • dalla presentazione portata a SMAU Padova da IWA Italy da Barbara Bonaventura, dal titolo “Internet Marketing Trends: il marketing on-line che funziona”: “le persone non credono che la pubblicità dica la verità. 76 per cento.” Si cita il Cluetrain Manifesto, si chiede chi sa cosa sia. Un paio di mani alzate solamente. Si cita Philip Kotler, padre del marketing moderno e la persona che ha creato la teoria delle 4 P: ne viene aggiunta una, oggi, da lui stesso: quella di Persona. Siamo nel mondo della PMI del Nordest italiano, evento locale quindi: certe informazioni sono arrivate alla massa. Si finisce l’intervento con qualche domanda abbastanza trasversale, la cui risposta è sempre la stessa: trasparenza, l’unica cosa certa dalla quale partire. E si cita anche un’altra parola, merito. Bisogna meritarsi la viralità, bisogna meritarsi la citazione. Metafora ha da sempre quel banner con quella scritta tanto scomoda: “Te lo devi meritare.” Non è un caso.
  • Artigianato e Web 2.0, incontro tra il mondo degli artigiani veneti ed un piccolo gruppo di persone che vivono e lavorano nel Web 2.0 e che cercano un incontro costruttivo per fare ecosistema. Tra le cose degne di nota, nella presentazione di Silvia Toffolon dal titolo “Innovazione e relazioni collaborative” per esempio, si finisce col citare l’istututo sul futuro e cosa viene previsto al riguardo della produzione di beni e servizi, e la regola 5 dice: “Trasparenza, trasparenza, trasparenza.”
  • IBM, che non è proprio l’ultima arrivata, titola un suo paper: The end of advertising as we know it. Il documento è datato 2007. Il titolo direi che sia eloquente.
  • Gianluca Diegoli, altro aderente al network metaforico, all’evento Osservatorio Wine 2.0, porta questa presentazione dal titolo: “PMI e Social Web“, dove si celebra l’importanza di essere piccoli, ma specializzati. Per una volta l’essere una PMI ha i suoi lati positivi, grazie alla visibilità che la coda lunga dei mercati offre in Rete. Anche qui si celebra la morte della pubblicità massiva e globale tipica dei mass media.
  • Il Community-First, il manifesto lanciato da Marco Massarotto, ripreso e supportato anche da Metafora stessa, arriva al secondo editing collettivo. Anche questo poi nella versione definitiva contribuirà a scardinare alcune delle più vecchie convinzioni sulla comunicazione aziendale. E sull’importanza della dimensione della pubblicità. Un documento sostenuto trasversalmente da sempre più realtà della comunicazione italiane.
  • Gianpaolo Fabris, autore del volume Societing, dice in uno dei suoi ultimi post:
    Ciò che il consumatore mostra di sopportare sempre meno sono messaggi verticistici che lo relegano ad una condizione di passività che contrasta vistosamente con il ruolo attivo che va assumendo. Il grande spazio della blogosfera – sono circa molti milioni ormai a popolare la Galassia emergente dove la comunicazione è sempre orizzontale e assume davvero i caratteri del dialogo – ben si presterebbe a costituire un eccellente terreno per sperimentare una nuova qualità dei rapporti.

    Il blog, come strumento, bene si presta alla conversazione distribuita, se correttamente declinato. Va completato e migliorato, certo, ma è un ottimo punto di partenza.

  • anche lo IAB a livello mondiale capisce il valore dei social media ed inizia a predisporre nuove metriche per capire il valore di tali strumenti, ma sono metriche forse a troppo vantaggio del classico modo aziendale top down di vedere il proprio cliente, come giustamente segnala Gianluigi Zarantonello.
    Dunque credo che sia necessario sottolineare che il Social Media Marketing non è solo advertising ma è anche costruzione di relazione e dialoghi, per cui al di là delle metriche…

    Anche qui la direzione è che certe cose oggi ancora per addetti ai lavori, arriveranno sempre più anche al mondo pubblicitario classico. E lo cambierà dall’interno.

Trasparenza, fiducia, e storie sulle proprie esperienze d’acquisto o simili ( quindi uno storytelling sano e trasparente e non manipolato ), abbinate ad un ruolo attivo e che pretende rispetto, quello della persona. Un equilibrio ed un’etica che il mondo dei mass media ha perso da tempo.
Cose che la pubblicità classica non conosce, soprattutto nel caso delle campagne elettorali, in modo comunque trasversali ai partiti, si prende in giro la loro minimalità e lontananza dal reale.
Insomma, il Re è nudo, e sempre maggiore consapevolezza viene condivisa con le persone, ad eventi istituzionali e legati a quelle entità a cui il professionista medio, anche lontano dalle dinamiche della Rete, dà autorevolezza e fiducia. Confartigianato, e associazioni di categoria, realtà molto vicine a quello che l’ Italia è davvero nel mondo del lavoro, stanno supportando le comunicazioni in tal senso, dalla Rete alle persone.

Se la pubblicità per come la conosciamo è morta, e resta in piedi per inerzia del sistema, quali risposte e soluzioni si possono dare? Le nostre risposte, per quello che possono valere, sono nascoste negli appunti che si possono seguire nel nostro flusso di coscienza, l’account FriendFeed di Metafora. E sono solo l’inizio di qualcosa che dovrà per forza essere collettivo, a più mani, altrimenti non resterà in piedi. Che dovrà e che già oggi assume vantaggi per la collettività.
Ma alcune premesse si possono ormai leggere a chiare lettere:

  • piccolo è bello, se è di qualità o se risulta utile a qualcuno. Non è detto che i grandi numeri siano la risposta giusta, in un mondo dove ogni conversazione, specie se unica e scomoda, assume visibilità e si rende trovabile.E’ la coda lunga dei mercati. E la qualità ha sempre premiato, ma è un fatto che si dimentica presto.
  • tutti in Rete possono parlare con tutti. Cambia solo il canale dove possono parlare, siano i canali in casa dell’azienda, piuttosto che sul profilo personale del singolo. Dove si parla influisce sull’esito e sugli aspetti che si possono discutere, anche solo inconsciamente. Quindi un canale altro, in un luogo indipendente ma che abbia sempre delle facce chiare dei proprietari, e che porti rispetto tra le parti, puo’ dire la sua nel mettere a disposizione uno spazio di confronto ulteriore. Insomma, c’è spazio per tutti. In forme diverse. Metafora, come dice Marco Cordioli, è già un luogo di questo tipo, dai confini chiari e delimitati. L’intenzione è di potenziare tale aspetto…

Non esiste la soluzione unica, la killer application, alla morte della pubblicità: ce ne saranno diverse, a seconda delle necessità. Tutte distanti tra loro pochi click, magari. L’importante probabilmente poi è collegare e collegarsi.
Il nostro lavoro per dare visibilità a livello italiano al Progetto VRM, che vogliamo diventi un progetto collettivo, rientra in questo disegno. Un disegno sempre più da rendere chiaro e da attuare. Come giustamente si cita anche nella seconda stesura del manifesto “Community First“:

Se vuoi che le persone facciano qualcosa per te, fai prima qualcosa per loro.

Prendiamo quindi di petto la domanda, in chiusura: ma se Internet facilita la disintermediazione, perchè esiste Metafora? E che ruolo puo’ assumere un intermediario quando le community azienda – clienti e clienti- – azienda, stanno nascendo per conto loro?

Perchè Metafora: spunti

Una prima risposta: stiamo segnando, raccontando e facendo emergere, alcune delle tappe del nostro viaggio. Forse perchè, già ridurre il rumore, è un buon inizio, visto che le parole son pietre.

La pubblicità tradizionale ha da tempo accettato di dover infastidire molti per colpire i pochi interessati: se uno spot pubblicitario raggiunge 100 persone, 10 di queste interessate, 90 irritate, lo spot è considerato un successo. Chi se ne frega se ho irritato 90 persone: ho raggiunto quelle 10 che si ricordano di me, tanto basta. In alcuni settori, come il direct marketing, redemption anche molto basse, intorno allo 0,5 per cento, sono spesso considerate più che accettabili. Il marketing tradizionale lavora sulla massa e ignora la parte della massa infastidita per concentrarsi su quella raggiunta: il marketing online dovrebbe (e potrebbe) lavorare per raggiungere solo le persone interessate, senza infastidire tutte le altre.

Technorati Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

La cosa più difficile da fare nel mondo delle imprese è quello di spiegare le logiche della Rete. E di far capire che rispetto alle classiche logiche del mondo tradizionale, in Rete è assai più importante non dimenticare mai la comunità, altrimenti si faranno delle cose senza coinvolgerla. Così come accade nel mondo normale, dove però non si hanno le medesime opportunità di dire la propria e di poterlo fare senza costi per tutti.
In effetti se la moltitudine di persone che vive la Rete oggi può parlare di tutto e tutto quello che si dice permane e si rende trovabile, bè, occorre stare attenti a quello che che si fa. Il rispetto delle parti è fondamentale.
Per questo Metafora AD Network appoggia in toto l’idea di manifesto Community First lanciata da Marco Massarotto:
-> Community First

Community First. Un manifesto sui rapporti Aziende-Comunità.

1 – Qualunque navigatore arrivi su un tuo sito è un’ospite, e come tale va trattato.

2 – Se vuoi che la comunità faccia qualcosa per te, fai prima qualcosa per la comunità.

3 – Più un’azienda saprà parlare come parlano le persone, più le persone vorranno parlarci.

4 – Non fate mai le cose completamente da soli.

5 – Tra chiuso e aperto, nel dubbio scegli aperto.

6 – Le cose non andranno mai come ti aspetti, per fortuna.

7 – Prometti meno di quanto puoi fare, ma fai più di quanto hai promesso.

8 – Di fronte a te non c’è un computer, c’è un altro essere umano.

9 – Internet è un luogo dove costruire: identità, spazi, relazioni.

10 – …

Cosa mai si potrebbe aggiungere alla discussione? Ecco alcuni contributi:

  • “L’azienda non ha come obiettivo la comunità, ma il profitto, per cui non si puo’ conteggiare con la medesima logica economica tutto quello che si puo’ e si potrebbe fare grazie alla comunità.”
  • “Il ROI di un lavoro che coinvolge la comunità non sarà solo un numero, nè servono grandi numeri. I piccoli numeri di qualità possono avere un valore maggiore nella coda lunga dei mercati. E la singola persona ha importanza.”
  • “Il tempo delle persone ha un valore, così come il tempo dell’azienda e delle persone che la compongono. Non abusiamone.”

Metafora AD Network e l'Etica: direzioni

Metafora non è altro che una piccola parte della comunità della Rete, che pretende una forma di rispetto e di equilibrio diverse dalle tradizionali logiche fino ad oggi applicate nel mondo della comunicazione pubblicitaria. Perchè chi legge i blog e i siti del Network è anch’esso parte della Comunità e per questo ha valore, allo stesso modo delle persone dietro ai brand, dietro alle aziende. Persone che coinvolgono e si rivolgono ad altre persone, sullo stesso piano.

Technorati Tags: , , , , , , , , , , , , , ,

Save The Children - Il tuo 5x1000 per sostenere Save the Children Metafora è entrata in contatto con Save The Children, una realtà assai rinomata e di respiro internazionale, che mira ad aiutare i bambini in difficoltà. Ci siamo subito chiesti perchè accettarla come inserzionista, e perchè quindi parlarne: semplice, qualche aderente la conosceva da tempo, e la costola italiana di Save The Children si è subito resa disponibile a rispondere ai nostri dubbi e alle nostre perplessità.
Siamo quindi partiti dalla loro voce presente in Wikipedia, oltre che dal loro sito istituzionale, e ci siamo confrontati con domande del tipo: ma chi è che ci sta davvero dietro? Nella sezione italiana, che persone ci sono? E soprattutto, dove finiscono i tanti soldi raccolti, e in che progetti? Bastano i bilanci pubblicati nel loro sito a metterci la mente tranquilla? Basta la loro lista dei progetti realizzati? Ed avere maggiori dettagli, con nomi e cognomi dietro ai progetti, non sarebbe una pretesa legittima?

La Rete potrebbe dare maggiore visibilità al proseguo e allo sviluppo dei progetti in corso e a come vengono spesi i soldi, senza per forza attendere la stesura dei bilanci, ad esempio. Soprattutto nelle nuove declinazioni delle evoluzioni del Web odierno. Ecco quindi l’intervista, ripulita solo dei contenuti che già si possono trovare nel sito ufficiale, avuta con Alberto De Zorzi, Web Marketing Manager di Save The Children Italia:

Save the Children: una ONLUS famosa e assai grande, una realtà assai conosciuta nel mondo. La sezione italiana quante persone conta? Il personale è fisso o ruota spesso, ci sono molti turnover? Qual’è il compito delle sezioni nazionali?
Save the Children è la più grande organizzazione internazionale indipendente per la difesa e la promozione dei diritti dei bambini. Esiste dal 1919 e opera in oltre 120 paesi del mondo con una rete di 27 organizzazioni nazionali e un ufficio di coordinamento internazionale: la International Save the Children Alliance, Ong (Organizzazione non governativa) con status consultivo presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC).

A dicembre 2008 la struttura organizzativa di Save the Children Italia è composta da 29 dipendenti e 57 collaboratori a progetto e per il 70% da donne. È significativo notare come l’organizzazione sia cresciuta promuovendo il ruolo femminile – trasversalmente ai settori – in particolare anche in posizioni di responsabilità. Un’altra caratteristica evidente nel personale di Save the Children è la giovane età media – 36,06 anni – che negli anni si è dimostrata garanzia di motivazione e dinamismo.  Il coinvolgimento di personale non italiano in programmi domestici, nello specifico persone di nazionalità afgana, australiana, etiope, eritrea, francese e rumena sui progetti realizzati in Italia conferma concretamente l’approccio volto all’inclusione ed alla valorizzazione delle diverse culture. Coerentemente all’approccio che Save the Children adotta a livello internazionale, Save the Children Italia presenta una bassissima percentuale (inferiore al 5%) di personale espatriato rispetto a risorse locali in progetti internazionali. Ciò testimonia l’approccio di sostenibilità e l’investimento in capacity building sul personale locale. Analogamente, a livello internazionale, delle circa 13 mila risorse coinvolte in progetti in 120 paesi, solo circa il 4,3% è costituito da espatriati, mentre il restante 97% consiste in personale locale. L’aumento dell’organico di Save the Children Italia, dalla sua costituzione ad oggi, è avvenuta di pari passo al consolidamento della sua posizione nel nostro paese.

Crescita del personale di Save the Children Italia

31 Dicembre 2006 31 Dicembre 2007 31 Dicembre 2008
Dipendenti 23 27 29
Collaboratori 48 49 57
TOTALE 71 76 86
Donne 52 60
Uomini 24 26
TOTALE 76 86

Metafora è interessata ad usare la Rete per aiutare l’emergere delle persone dietro alle sigle, e dietro alle aziende. Chi c’è dietro a Save The Children? Come mai si finisce a lavorare per una realtà del genere?
Dietro Save the Children c’è semplicemente il lavoro di 86 persone che svolgono la loro attività con passione e professionalità. Lo staff di Save the Children è composto da professionisti di diversi settori: programmi, sensibilizzazione e lobby, marketing e comunicazione, amministrazione e finanza. Per lavorare con Save the Children è sempre necessaria una condivisione della missione e dei valori dell’organizzazione, una forte motivazione, spirito di adattamento e capacità a relazionarsi con situazioni e persone diverse. E’ altrettanto necessario un ottimo livello di preparazione professionale attinente alla posizione che si occupa.

Aiutare i bambini è un fine nobile: ma è sempre possibile? Quali ostacoli si incontrano lungo la strada?
Gli ostacoli possono essere tanti e importanti. Generalmente, le problematiche che si incontrano per strada sono sempre di ordine politico. Save the Children infatti svolge il suo lavoro a beneficio dei bambini con grande efficacia, portando aiuto a milioni di bambini nel mondo. Ovviamente, non possiamo risolvere tutti i problemi del mondo, ma è necessario che i governi, la Comunità Internazionale, le agenzia dell’Onu facciano la loro parte. In breve, per risolvere problemi globali come la povertà, la mortalità infantile, la mancanza di accesso all’educazione e alla salute, ci deve essere una forte volontà politica da parte degli Stati che devono poi mettere a disposizione mezzi e risorse. Save the Children può dare l’esempio e fare la differenza per tantissimi bambini, ma non per tutti.

Pensate che la Rete in questi anni abbia facilitato o cambiato il modo di donare delle persone rispetto alla vostra realtà? In che modo?
In questi ultimi anni il fenomeno Internet ha aiutato tutti nella diffusioni di servizi e prodotti. Con Save the Children non è stato differente. La Rete ci ha permesso di ottimizzare i tempi di raccolta fondi, sia attraverso la comunicazione di programmi specifici, velocizzando i tempi di contatto tra l’azienda ed il donatore, sia attraverso l’utilizzo della Carta di Credito tramite il nostro sito di e-commerce (desideri.savethechildren.it), il sito istituzionale dell’organizzazione (donazioni una tantum, emergenze ecc).

Donare per una realtà tanto grande come la vostra significa anche fidarsi molto della vostra correttezza. Il rendiconto finanziario che mettete online forse non è sufficiente a far convincere le persone che i loro soldi vengano davvero spesi in quel modo. Noi di Metafora siamo interessati a seguire e raccontare come vengono spesi i soldi relativi ad un progetto in particolare, magari a quello sui bambini vittime del terremoto abruzzese, e a dare spazio e visibilità al vostro rendiconto. A quali progetti state lavorando, e quale tra quelli attivi potrebbe essere di una certa importanza per essere seguito da vicino? Avete mai pensato di migliorare la vostra voce istituzionale online, magari aprendo un blog per raccontarvi con calma e serenità, a livello più personale?

Il bilancio, che ogni anno pubblichiamo online e del quale facciamo un estratto (il rapporto annuale) che inviamo a tutti i nostri donatori, rappresenta per noi un forte strumento di trasparenza e a accountability. Viene redatto internamente con il supporto dei revisori dei conti ed è poi validato da una società di revisione contabile esterna (Price Water House Cooper). Il bilancio è lo strumento per raccontare in dettaglio le nostre attività, rappresentare la crescita della nostra organizzazione e soprattutto rendicontare sui progetti e sull’utilizzo dei fondi. Oltre a questo strumento, inviamo informazioni regolari ai nostri sostenitori, in particolare attraverso una newsletter trimestrale. Abbiamo poi internamente un servizio sostenitori, attivo tutti i giorni, per rispondere alle domande dei nostri donatori. Cerchiamo quindi di rendere il più trasparente possibile il nostro lavoro, proprio perchè ci rendiamo conto che la fiducia è la base della relazione tra l’organizzazione e i nostri sostenitori.
Save the Children è inoltre un’organizzazione internazionale riconosciuta, che da oltre 90 anni lavora per difendere i diritti dei bambini nel mondo. L’International Save the Children Alliance è una ONG con status consultivo presso il consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite. Abbiamo più volte pensato di migliorare la nostra presenza istituzionale in rete e per questo,  dallo scorso settembre, lavora con noi un Web Communications Officer. Il blog è sicuramente una realtà che ci interessa molto, ma dobbiamo ancora valutare se siamo in grado di gestirlo internamente in modo continuativo ed professionale. Infine ci sono molte realtà, in particolare aziendali, che spesso decidono di sostenere e seguire direttamente un progetto specifico. In queste occasioni, è necessario definire insieme quale tipologia di progetto, con quale contributo e per quanto tempo. Attualmente una delle nostre principali campagne è “Riscriviamo il Futuro” (www.riscriviamoilfuturo.it), per portare a scuola 8 milioni di bambini che vivono nei paesi in guerra. Un’altra tematica di particolare interesse per noi è la salute materno infantile ed in particolare abbiamo l’obiettivo di contribuire al 4 obiettivo del Millenio per diminuire la mortalità infantile dei bambini nella fascia d’età 0-5 anni.

Abbiamo visto, che come noi, anche la vostra realtà ha a cuore i bambini vittime del terremoto di questi giorni in Abruzzo. Cosa pensate di fare in merito? Stanno arrivando donazioni in questi giorni?
Save the Children, su richiesta del Ministero dell’Istruzione e in base ad una convenzione con il Ministero stesso, fornirà il proprio supporto per il riavvio delle attività scolastiche.
Sin dalle ore immediatamente successive al sisma, Save the Children si è mobilitata per assicurare che i bisogni dei bambini fossero soddisfatti e ha avviato un progetto che prevede la creazione di 4 “spazi a misura di bambino” all’interno di altrettanti campi in prossimità dell’Aquila, più un progetto in collaborazione con l’Asl dell’Aquila. Si tratta di aree protette, seguite da personale specializzato (sono state assunte persone della zona) all’interno delle quali i bambini possono svolgere attività di gioco, creative e ricreative, che ne stimolino l’espressione, la partecipazione, l’inclusione.
“Nel suo intervento, Save the Children si sta avvalendo di operatori specializzati, psicologi, educatori, facilitatori che, esattamente come avviene in altre parti del mondo, sono stati reclutati tra la gente del luogo e formati dai nostri operatori, perché già inseriti nella realtà locale e nell’ottica di una sostenibilità di lungo periodo del progetto. Inoltre, il coinvolgimento del personale locale è particolarmente significativo in quanto dà la possibilità alla gente di riattivarsi economicamente e a sentirsi impegnata e utile”, afferma Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia.
Save the Children sta svolgendo queste attività in coordinamento con tutti gli attori chiave impegnati nelle attività sul campo e tutti i soggetti principali che si occupano della protezione dei minori, a livello governativo e all’interno delle organizzazioni di volontariato. Si, e le donazioni continuano ad arrivare. Save the Children, fin dall’inizio, ha attivato e messo a disposizioni i suoi canali di raccolta fondi. Sono stati di grandissimo aiuto i nostri sostenitori e le aziende partner, nonché tutte quelle persona che sono state invitate, attraverso le nostre iniziative, ad aiutare i bambini abruzzesi.

Chiusura a cura di Metafora: sulla questione del terremoto in abruzzo sicuramente torneremo per capire l’evolversi dell’intervento in loco di Save The Children: d’altronde è giusto aiutare i bambini in tutto il mondo, ma anche e soprattutto quelli più vicini a noi, quando ne emerge il bisogno.

Technorati Tags: , , , , , , , , , , , , , ,

Riprendendo un intervento di Mafe De Baggis da una sua intervista:

«Io ho moltissimi dubbi sull’efficacia del buzz marketing, cioè della possibilità di far parlare di prodotti o servizi sui blog o sui social network senza che la persona che ne parla ne abbia avuto voglia spontaneamente, senza che gli sia venuto voglia di raccontare una esperienza positiva. Non riesco bene a capire come funzioni: se qualcuno parla di qualcosa a pagamento fa un po’ l’effetto Truman Show, dove la moglie di Truman, nel mezzo di una discussione tra amici, si girava verso la telecamera per reclamizzare un prodotto».

In questa dimensione dei “mercati sono conversazioni“, il mondo dell’advertising si è buttato un po’ come se fosse un nuovo territorio da conquistare, e soprattutto con la stessa voglia di grandi numeri, e con la stessa presunzione di urlare al posto di ascoltare. La sensazione di invasività dei banner o degli spazi per le ads sempre più grandi, e le presenze molte volte ambigue nei vari social network di turno, nonchè la pretesa di parlare di tutto e tutti anche quando non ve ne sono i motivi, sono proprio tutti indici di questa attitudine. Che stonano con il mondo e i ritmi della Rete.
Stonano con i ritmi delle persone, semplicemente.
Nelle discussioni di questi giorni nel nostro forum interno, noi di Metafora AD Network ci siamo resi conto di una cosa, forse non ancora del tutto esplicitata. Metafora ha una visione da rendere sempre più chiara, che oggi è tradotta attraverso il concetto di banner più referenza, ma che non sarà l’unica declinazione possibile. Se si pensa a quello che sta accadendo in Rete sulle policy di chiarezza del messaggio pubblicitario, noi siamo assai diversi dalle commistioni poco chiare del PayPerPost. Noi abbiamo nettamente diviso gli spazi di comunicazione dagli spazi personali degli aderenti: Metafora e la sua comunicazione è perfettamente distinguibile dal resto e la conversazione tra le parti avviene in un contesto altro, al di fuori degli spazi personali, su metafora.it. E questa è etica, racchiusa nel vestito nuovo del microformat banner di Metafora. L’etica insita non nella pretesa di inventare qualcosa di nuovo per giocare la carta della poca dimestichezza col mezzo che potrebbe avere l’utente. Se c’è una novità è ovvio che gli utenti non smaliziati caschino nel trabocchetto, e che i numeri che andranno a conteggiare quella novità saranno assolutamente favorevoli. Ma come si pone la questione della trasparenza e del rispetto del proprio lettore, visto che i blog e i siti aderenti al Network hanno un certo grado di fiducia nei confronti di chi li legge? Sarebbe l’ennesimo rumore stonato, come ha segnalato appunto Mafe nella citazione ad inizio post.
L’etica è quindi nascosta in un concetto, quello di “collegare in modo nuovo cose note“. Da una parte un banner, piccolo, non animato e solo soletto, e dall’altra un link ad un post del blog, il link all’endorsement, alla referenza.

Microformat banner

In effetti lo scopo iniziale del banner è quello di segnalare una cosa: è sulla Rete che poi il fattore CTR ha prevalso come indice di successo, e quindi lo ha snaturato nella sua essenza. E quindi per acquistare attenzione il banner ha poi giocato la carta dell’interattività, della sempre maggiore grandezza, e del sempre minor rispetto delle persone.
Banner talmente grandi che si faceva pure fatica a chiudere, e sempre più invasivi.

Noi prestiamo sempre più attenzione al contesto in cui si trovano i banner.
E questa semplice presa di coscienza, questa semplice presa di posizione, è poca cosa rispetto alle tradizionali sigle altisonanti delle ultime meraviglie tecnologiche. Ma per dirla alla Clay Shirky, citando una veloce considerazione da Vincenzo Cosenza:

[...] i nuovi strumenti sociali, come i blog, i wiki, i social network, producono un effetto sociale interessante solo quando diventano tecnologicamente noiosi. Essi permettono fondamentalmente l’abbattimento di due tipologie di costi: quelli di produzione/pubblicazione e quelli di transazione (i costi manageriali di gestione delle organizzazioni).

Per effetto del dissolvimento dei primi si determina il fenomento della “mass amateurization” ossia il trasferimento verso la collettività di capacità/possibilità prima relegate ad un ambito professionale (si pensi al ruolo del giornalista). Da qui l’inversione generalizzata del pattern precedente “prima filtro e poi pubblico”.

I blog sono interessanti quando diventano noiosi forse, e quando davvero entrano nelle nostre vite senza più essere novità, senza più avere autori definiti blogger, e quando diventano patrimonio collettivo. In questa noia emergono solo le cose che meritano di emergere e mentre magari un banner dà solo sparisce nel tempo dopo aver esaurito il suo fine di visibilità, una referenza in un luogo neutrale per le parti in gioco come il post dell’endorsement di Metafora, ridà un giusto equilibrio ad un mondo sempre abituato ad urlare. In senso artigianale, per una volta.
Dal blog di Gianluca Diegoli:

L’azienda ideale, per Metafora, è un’azienda talmente avanzata che ha rinunciato a misurare i comportamenti online delle persone come se fossero pezzi e sfridi usciti dalla catena di montaggio, un’azienda che torna a scommettere sui propri prodotti e sulla trasparenza, sulla capacità di essere scelta consapevolmente, e sul valore del rapporto con il cliente, più che sul valore delle impression.

Forse l’essere artigiani per una nicchia di lettori che conoscono le regole del gioco della comunicazione in Rete è l’unica cosa da fare in un luogo dove il dialogare uno ad uno è possibile, e dove ogni singolo ha le medesime potenzialità comunicative di una corporation. Dove la conversazione assume importanza solo se inserita in una logica di relazione: che necessita di tempo, e di obiettivi diversi da un marketing malato. Altrimenti tutto diventa rumore di fondo, ultima frontiera di un marketing di altri tempi.

Dalle conversazioni alle relazioni

Un marketing forse preda della noia, che va rivisitato nelle sue fondamenta, e che rinasca proprio dalle sue ceneri:

Un marketing inteso come capacità di ascolto ed insieme di gestione della relazione con il mondo del consumo non invece all’insegna del come catturare/conquistare/presidiare/sedurre i consumatori . Il marketing, anche di questo dobbiamo essere consapevoli, può fare molto ma è certamente l’impresa tutta che deve poi produrre, e fare i suoi profitti, sulla base delle indicazioni che l’ascolto, la dialettica nuova con il consumatore consentirà di attuare.

E’ più utile salvare un banner, o magari qualcosa che faccia parlare il banner ben oltre una semplice tecnologia che ne permetta la condivisione nei social network di turno? Forse creare esperienza passata sul tema che affronta quel banner è utile a tutti, ed è di quello di cui si dovrebbe parlare. Se ne vale la pena. Non tanto dell’idea virale in quanto tale che possa creare hype momentaneo per avere un bel target da colpire con le tecniche tradizionali nel momento successivo.
Forse è altro che merita di entrare nella memoria della Rete.
E magari si scopre che, tutto sommato, non servono grandi numeri per capire che la cosa ha davvero un valore, ma serve renderla trovabile e dotarla di autorevolezza. Elementi cardine per poter contare su numeri diversi da quelli tradizionali dei mass media.

Technorati Tags: , , , , , , , , , , , , , , , ,